L’isola sul cielo: un racconto breve di Giuseppe Senese

Disclaimer: ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale.

Ciao, sono Sara, ho 17 anni e sono affetta dallo strabismo di Venere. Sono una ragazza estremamente carina ed intelligente, ma questo mio piccolo difettuccio ha creato non pochi problemi alla mia autostima. Durante la mia infanzia sono stata spietatamente bersagliata dai miei coetanei a causa del mio piccolo problema agli occhi. Forse per gelosia. Forse perché erano semplicemente cattivi. O forse perché i bambini piccoli tendono spesso a cercare nei loro simili quei punti deboli che loro stesso non hanno, sovrastando il proprio bersaglio specificatamente su quella debolezza, pratica che ho purtroppo subito per troppi anni. Ma a lui non importa. Patrizio è lì, sul palco, a danzare con me tra le note di Schubert, abbracciati in un unisono di anime. Occhi negli occhi. Perché a lui, del mio strabismo, non importa. E tutti gli altri non riesco neanche a vederli.

Ciao, sono Chiara, ho 19 anni e soffro di vitiligine. Il colorito della pelle altrui per me è da sempre un’ossessione. Non fraintendete, ovviamente, il razzismo non centra nulla. Sono sempre stata invidiosa sia delle abbronzature perfette, sia di quelle carnagioni talmente chiare da far sembrare le persone dei fantasmi. Sia questi “pallidi”, sia la sottoscritta siamo sempre soggetti di accuse riguardanti la nostra salute, considerata cagionevole, come se il colore della pelle identificasse con assoluta precisione lo stato salutare di una persona. Quante stupidaggini. Ma a lui non importa. Patrizio adora la mia dolcezza, la mia determinazione e la mia semplicità: siamo quindi qui, in riva al mare, mano nella mano, dove il sole esalta ancor di più i difetti della mia pelle. Ma a lui, della mia vitiligine, non importa: le altre persone solitamente mi fissano con occhi quasi disgustati, ma quando sono insieme a lui quegli sguardi malefici non riesco manco a notarli, non ne avrei motivo.

Salve, sono Alessia, ho 35 anni e sono un’affermata programmatrice informatica. Ho vissuto gran parte della mia vita con i miei genitori, arrangiandomi con diversi lavoretti qua e là, fino a quando non ho capito che il mio destino era dietro ad un computer, dietro a qualcosa con cui scrivere. Perché per me qualsiasi relazione umana in forma “ravvicinata” è un corollario di disagi, di momenti imbarazzanti e di difficoltà d’espressione: soffro infatti di una grave forma di balbuzie, problematica che non sono riuscita a correggere neanche in età adulta. Ciò mi ha creato non pochi problemi nelle relazioni con gli altri, se non tramite chat e affini. Ma a lui non importa. Ho scoperto che Patrizio è un grande fan di manga, fumetti e serie TV: guardiamo assieme le nostre opere preferite e le commentiamo appassionatamente, sia dal vivo che tramite chat. Perché a lui, della mia balbuzie, non importa; quando sono con lui il disagio è solo un lontano ricordo, anche in mezzo a tante persone. Anzi, neanche riesco a vederle!

Sono Oreste, ho 22 anni, e il mio difetto è quello di essere gay. Sì, perché in questa società di merda essere omosessuali è un problema; agli occhi degli altri sei come un cancro da estirpare, come un’erbaccia da bruciare. Anche se sei uguale agli altri, sei diverso. Sono sempre stato orgoglioso del mio outing precoce: ho preso consapevolezza della mia vera natura a 13 anni e non ho mai avuto paura a nasconderla, neanche ai miei genitori, i quali da buoni bigotti e infami quali sono mi hanno subito estraniato dalla loro vita. Sapete perché gli altri vi attaccano? Perché gli altri sanno di essere diversi, sanno di avere dei punti deboli e nella loro consapevolezza si nasconde un istinto perverso, malato. Il loro obiettivo è trovare quello “più diverso”, puntargli il dito contro e bersagliarlo di fronte agli altri, in modo tale da provare a nascondere le proprie debolezze agli occhi di tutti, evidenziando quelle del povero “diverso” di turno. Ma a lui non importa. Io e Patrizio facciamo quello che una normalissima coppia sogna di fare: una bella cenetta romantica in uno splendido ristorante, risate e tante pettegolezzi, contornate ovviamente tra baci e coccole. Perché a lui, del mio essere gay, importa e come, ma in positivo ovviamente; quando sono con lui il resto del mondo non esiste, non riesco a vedere nessuno, tranne che lui.

Sono il professor Evaristo Caristei e sono un luminare nello studio delle reti neurali. Le mie ricerche mi hanno portato a realizzare un rivoluzionario macchinario, il quale permette alle persone di poter vivere nella maniera più realistica possibile le loro fantasie, cadendo in una sorta di sonno profondo e venendo successivamente catapultati all’interno di diversi scenari predefiniti, creati dal sottoscritto. Tra i “desideri” disponibili ovviamente c’è lui. Patrizio Lipari è l’uomo che tutte le donne desiderano: uno showman a tutto tondo, un cantante e ballerino eccezionale, dotato di un corpo perfetto e di una simpatia innata, oltre ad essere estremamente intelligente. Tutti lo vogliono, tutti lo desiderano, tanto da rappresentare un modello quasi irraggiungibile. Io offro ai miei clienti un’esperienza emotivamente e fisicamente realistica, vicinissima alla realtà: loro scelgono lo scenario, il resto è guidato dalla loro immaginazione. Il concetto del “non riuscire a vedere gli altri”, tra l’altro, è da prendere nella piena letterarietà del termine: non ho voluto infatti programmare i modelli fisici di ipotetiche persone “estranee”, che verranno quindi viste dai miei clienti come delle enormi sagome ombrate, quasi impercettibili, create solo per fare da contorno. Quando sei insieme alla persona dei tuoi sogni, la tua attenzione è quasi sempre su di essa, quindi perché sprecare tempo nel definire graficamente entità che a stento i miei clienti avrebbero notato? Ovviamente da me si presentano persone notevolmente disagiate: magari il loro difetto non è così debilitante, ma riescono a viverlo in maniera talmente angosciante da restare spesso bloccati mentalmente. Sul mio lavoro sono piovute molte critiche: si tratta di una fantasia, dove il loro difetto è irrilevante, e la realtà, si sa, non funziona propriamente allo stesso modo, anche se potrebbe. Li illudo? No, io non illudo nessuno. I miei clienti sanno benissimo di vivere in una sorta di sogno. Purtroppo il mio è un software e di conseguenza qualche piccolo “bug” ci scappa sempre. Ho avuto l’idea di eseguire le sessioni “immaginative” dei miei clienti contemporaneamente, in quattro macchine diverse, anche per farli conoscere da vicino, farli discutere sulle loro problematiche, portandoli ad affrontare anche una sorta di terapia di gruppo. Monitoravo lo stato delle reti neurali attraverso dei monitor informativi, i quali mi indicavano lo scenario in cui si era immedesimato ogni cliente e la fantasia rispettiva, che in quei quattro casi rappresentava sempre il nostro Patrizio Lipari. Potevo anche visionare direttamente le loro fantasie, ma avevo fatto in modo che tale opzione si attivasse solo nel caso in cui si presentasse un bug nel sistema. Un rapido sguardo al monitor, poi il dramma. Una serie di scritte incomprensibili, un indecifrabile errore di sistema: lo stato della rete neurale dei miei pazienti cominciava ad oscillare insolitamente e al momento dell’attivazione della visione integrale delle fantasie vedevo distintamente le sessioni cominciare a mescolarsi tra di loro, intrecciandosi in ciò che, da sogno, s’era trasformato in puro incubo.

Patrizio stazionava al centro di un vero e proprio “Armageddon” informatico: le quattro fantasie si mescolavano continuamente in maniera convulsa e forsennata, creando un mondo confusionario, onirico, senza soluzione di continuità, capace di mutare i propri oggetti tutto ad un tratto quasi ogni dieci secondi. Il ristorante della fantasia di Oreste si riempiva d’improvviso della sabbia della spiaggia dello scenario di Chiara; dopo neanche quattro secondi ci si trovava di fronte al palcoscenico delle danze di Sara, formato da materiali quasi monocromatici, fortemente contornati da evidenti tratti di matita, come nei fumetti tanto adorati da Alessia. La sagoma di Patrizio rimaneva lì, immobile, mentre i suoi connotati fisici cambiavano alla velocità di un flusso di byte incontrollato: il suo volto si distorceva tra poligoni corrotti e terrificanti bug grafici, i suoi occhi sembravano uscire fuori dalle orbite e le sue guance si distendevano formando degli abnormi triangoli, facendo sembrare i difetti reali dei miei clienti solo simpatici nei. Il terreno dell’ambientazione cominciava quindi fatalmente a sgretolarsi dietro le spalle di tutti, come se un terremoto stesse abbattendo un immenso castello di carte. Cosa mai sarebbe successo se fossero crollati in chissà qualche area corrotta di memoria? Quale effetto avrebbe provocato tale evento sul loro cervello? Avrei potuto staccare l’alimentazione, interrompere in maniera irregolare e forzata il collegamento neurale tra la macchina e i clienti per liberarli da quell’inferno, ma l’effetto di una chiusura scorretta del cosiddetto “linking” tra loro e il software avrebbe potuto provocare dei danni assolutamente impredicibili.

Sara riusciva a scappare e ad evitare gli ostacoli che di soppianto le si sovrapponevano grazie alla sua abilità nella danza. Chiara faceva affidamento a tutta la sua determinazione per aiutare Oreste, impaurito da quello scenario da incubo e quasi rassegnato a sprofondare in quella “corruzione” computerizzata. Il ragazzo, dall’alto della sua sensibilità, riuscì a fidarsi subito di Chiara, trovando in lei una sorta di ala protettiva, cosa che nel corso della sua esistenza gli era decisamente mancata. Ma nessuno poteva realmente risolvere la situazione se non Alessia, la programmatrice balbuziente, un genio dell’informatica capace di salvare intere vite: nel caos generato dal bug si celava, in una stanzina dai vetri trasparenti, una sorta di monitor, il quale rappresentava in quel momento il terminale per gestire il debug del software; è bastato agire su quella tastiera ricca di speranze per avviare il conto alla rovescia per uno shutdown sicuro e corretto, capace di distaccare in maniera integrale e indolore le reti neurali dei clienti dal sistema. Il tutto produsse un effetto piuttosto strano: le fantasie s’erano ancora una volta sovrapposte, ma in un unico scenario, senza l’alternarsi continuo di modifiche. La spiaggia si ridusse in una sorta di isolotto, retto non sul mare, ma su un cielo notturno ricco di stelle e di soffici nuvole bianche. L’isola sul cielo sfumava lentamente come al calar della nebbia, anticipando il ritorno alla vita dei miei clienti.

I loro marginali difetti erano giustamente divenuti irrilevanti: nel momento del bisogno sono venute fuori le vere qualità degli esseri umani, ciò che li rende unici, magnifichi, fantastici. Ed è lì che riesci davvero a vederli.

Foto tratta dalla copertina dell’album Islands, dei King Crimson

Giuseppe Senese

Sono un laureando in Scienze e Tecnologie Informatiche, che nutre anche numerose passioni come la musica, il cinema e il calcio. Adoro il Rock Progressivo degli anni 70' (soprattutto quello britannico e quello italiano) e sono un tifoso sfegatato del Napoli.

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