Andreas Biermann: quando la depressione uccide il calcio

Il suicidio di Andreas Biermann non è un caso isolato: la depressione è un male che colpisce anche i calciatori, con risultati spesso tristemente noti.

Un pensiero erroneamente comune riguardante la depressione sembrerebbe associare alle cause di tale malattia la condizione socioeconomica dell’individuo: in parole povere, se una persona è povera o ha difficoltà nelle relazioni sociali, tende a deprimersi. Il mondo del pallone, spesso bistrattato per i suoi eccessi da showbiz, riesce invece ad essere, spesso e volentieri, uno specchio per nulla distorto della realtà di cui facciamo parte, mostrandoci anche i lati oscuri dell’essere umano, spesso nelle loro forme peggiori. Anche i calciatori possono essere affetti da depressione, nonostante la ricchezza, nonostante l’apparente situazione familiare agiata, nonostante tutto: se a tale dimostrazione affianchiamo quella riguardante le statistiche sui paesi che presentano il maggior tasso di persone depresse, allora possiamo affermare con certezza quasi totale che la depressione ha delle radici molto più oscure e sconosciute di quel che sembra.

Lo sa benissimo Andreas Biermann, l’ultima vittima sportiva di questo male incomprensibile, invisibile, infame: il calciatore tedesco ha deciso di suicidarsi dopo aver tentato l’estremo gesto per altre tre volte, lasciandoci a 33 anni. Il difensore aveva addirittura scritto un libro sul suo terribile male, denominato “Rote Karte Depressione” (Cartellino rosso alla depressione), nel tentativo di aiutare tutti coloro i quali avessero il suo stesso problema. Problema tristemente noto per altri campioni dello sport. E del calcio, nello specifico.

Rimanendo in Germania, non si può non citare il tristissimo caso di Robert Enke, portiere della Nazionale scomparso all’età di 32 anni dopo essersi lanciato verso un treno in corsa. Anche in quel caso la depressione risultò determinante, come testimoniato dalla moglie di Enke: era da 6 anni, infatti, che il calciatore scomparso soffriva di questa terribile malattia, “rafforzata” dalla prematura scomparsa della figlia Lara, morta a soli 2 anni a causa di un problema cardiaco.

Purtroppo neanche l’Italia è immune da questo fenomeno: i tifosi della Roma ricorderanno con immenso dolore la figura di Agostino Di Bartolomei, scomparso il 30 maggio del 1994 dopo essersi sparato un colpo di pistola alla testa. Anche in quel caso la depressione incise molto sulla sua decisione, nella disperazione di vedersi chiuse tutte le porte che lui tentava di aprire. Nella sua lettera d’addio sentenziò: “mi sento chiuso in un buco”. Fin troppo esplicito.

C’è chi invece è riuscito a “risorgere” dal male infame, come Gianluca Pessotto: l’ex difensore della Juventus e della Nazionale tentò l’insano gesto, gettandosi da una finestra; fortunatamente quello che alcuni chiamano “fato” ed altri “fortuna” lo salvarono da una fine certa. La depressione e il suicidio non sono quindi legate strettamente al danaro, ma alle ambizioni, alle motivazioni, ad uno stato mentale inghiottito da un maledetto buco nero: Andreas Biermann ci ha lasciati, e chissà che il suo libro non possa diventare, in questa triste risonanza mediatica, un punto di riferimento per chi, come lui, s’è sentito (e si sente ancora) sull’orlo del baratro.

Giuseppe Senese

Sono un laureando in Scienze e Tecnologie Informatiche, che nutre anche numerose passioni come la musica, il cinema e il calcio. Adoro il Rock Progressivo degli anni 70' (soprattutto quello britannico e quello italiano) e sono un tifoso sfegatato del Napoli.

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