Genitore sbagliato? Da cosa nasce il rifiuto dei figli?

“Dove ho fallito?” Quasi sempre un genitore si chiede cosa abbia sbagliato nella sua “professione”: il rifiuto è la peggior punizione che un figlio possa infliggere. Ma questo rifiuto da cosa nasce?

Genitori sbagliati?

Nel peggiore dei casi, è scaturito da un atteggiamento violento e sbagliato da parte dei genitori stessi -e la cronaca non ha comprensione per il dolore di chi subisce, anzi: tende sempre più a fare di questi episodi pasto quotidiano per lo share. Allora non avrebbe senso condannare la reazione del più debole: evidentemente si è ribellato e liberato del giogo che su di esso gravava inutilmente.

Se focalizzassimo l’attenzione su di una normalissima famiglia, di sani principi, la colpa di chi è? L’adolescente prova una spiccata insofferenza nelle premure dei propri genitori: a ragione o a torto che sia. Quando l’adolescente si arrabbia pur sapendo di avere torto… Beh, a quel punto le premure sono più che fondate. Quello potrebbe essere un punto di non-ritorno all’equilibrio del nucleo familiare. Vale davvero la pena esporre la famiglia, il luogo dell’affetto per antonomasia, ad un rischio simile? A che prezzo e a che pro distruggerla? E in che modo, soprattutto, si può recuperare? La causa principale, tendenzialmente, è la mancanza di dialogo: ci si scontra perché non ci si è mai conosciuti sul serio. Ci si scontra quando si comprende che, fino a qualche istante prima, si aveva di fronte un capolavoro dell’immaginazione incollato su un corpo, “ciò che si credeva che fosse” e che non è. Questa “proiezione dell’immaginario” inizia con un atteggiamento del “laissez faire” da parte del genitore perché troppo distratto da altro; inizia quando si vizia troppo un figlio sperando nella sua buona fede. Ma la buona fede quanto dura, se è possibile approfittarne? Ecco perché insistere sul dialogo, che non è sinonimo di “interrogatorio”. Conoscerete sicuramente il detto “Amore e timore“: il timore/paura lo si ottiene facilmente: basta essere rigidi, è sufficiente delineare chi detiene il ruolo di genitore e chi quello del figlio; clima in cui è impossibile pensare che ci possa essere dialogo. E l’amore? Lo si ottiene semplicemente avvicinandosi ai propri figli da amici. Allora il “timore” non è più associato a “paura”, bensì a “rispetto maturo”. Ed è a questo che ogni genitore dovrebbe ambire.

E se l’insofferenza ha un fondo di verità? Qui si apre un capitolo interessante circa la psicologia genitoriale. E’ possibile che i genitori siano semplicemente spaventati da ciò che si trova al di fuori del portone di casa: temono che possa accadere qualcosa alla loro creazione. Quante volte si ripete e si sente “Non è che non mi fido di te: non mi fido degli altri”? Non me la sento di condannare questa frase né l’atteggiamento preoccupato: in fondo, se si ama davvero un figlio, lo si dimostra anche così. Qualche volta, però, anche questo modo di dimostrare affetto si rivela opprimente, limitante a tal punto da frustrare l’adolescente in piena formazione del carattere. Anche in questo caso, il dialogo gioca un ruolo fondamentale: attraverso di esso si instaura la fiducia reciproca. Il genitore sa che potrà contare sulla serietà del proprio figlio; il figlio sa che potrà contare sull’appoggio dei genitori, se cadrà. Se un genitore sa fidarsi, sarà stimato e considerato un punto di riferimento indispensabile.

Oppure, è possibile che i genitori stiano commettendo un grande errore: pensare che il figlio sia nato e cresciuto per realizzare le loro aspettative. Questa si che è una scarsa dimostrazione di affetto! Gli incontri diventano scontri; la stima, disprezzo; l’amore, odio. Non credo sia necessario spiegare il perché: non si può pretendere che i figli siano le fotocopie dei genitori, come non si può pretendere che i primi seguano obbligatoriamente e incontrovertibilmente il percorso che i secondi hanno tracciato per essi. Io sono del parere che se un genitore sa essere il migliore amico del proprio figlio, quello che lo consiglierà sempre al meglio, che non lo giudicherà mai, che non lo abbandonerà nel momento del bisogno, di cui si può fidare ciecamente perché miglior custode dei suoi timori, allora è un ottimo genitore. E un ottimo genitore godrà sempre della stima e dell’ammirazione di un figlio perché sarà il suo mito per la vita.

I genitori non sono sbagliati. Si tratta di un “mestiere” complicato, che implica un calarsi costante nella psicologia dei figli e, spesso, risulta quasi impossibile. Però è importante dire e sottolineare che tutto dipende non dal proprio ruolo, ma dalla propria personalità. In fondo, essere genitore è un po’ come ricoprire un incarico, al pari di un avvocato, di un professore, di un operaio. L’importante sta nel dimostrare loro che, dietro questo ruolo, c’è una persona, un amico, un confidente, un compagno di giochi, una fonte a cui attingere in caso di dubbio ed è a questo tipo di persona che il figlio vorrebbe sempre rivolgersi. 

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Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

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