Corea del Nord: 80 condannati a morte per il possesso di una Bibbia

Lo scorso 3 novembre circa 80 persone sarebbero state giustiziate in Corea del Nord a causa di reati minori. Come dovrebbe comportarsi la comunità internazionale?

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Nonostante ricevere cattive notizie dalla Corea del Nord sia diventata ormai la normalità e non ci si stupisca quasi più delle atrocità compiute dal regime sul suo popolo, le novità giunte tramite il quotidiano sudcoreano Joong Ang sono davvero dure da digerire e sopratutto da immaginare. Kim Jong-Un ha commesso l’ennesimo scempio sui diritti umani, giustiziando lo scorso 3 novembre circa 80 persone a causa di condotte che da noi, se e quando perseguite, caratterizzerebbero semplici reati minori. Ciò che è stato contestato a questi condannati a morte lascia davvero perplessi: visone di canali televisivi e film sudcoreani, prostituzione, possesso di materiale pornografico e di Bibbie. Specialmente nei confronti dei cristiani il regime sarebbe fortemente accanito e tra le decine di migliaia di detenuti rinchiusi nel campo di concentramento di Yodok una buona fetta sarebbe accusata proprio di fede cristiana.

Sebbene sia gli avvenimenti che i numeri di quest’eccidio siano tutti da verificare, non è la prima volta che l’intelligence della vicina Corea del Sud registri questo tipo di attività. Le esecuzioni pubbliche sarebbero un metodo usato spesso in passato dal regime, sebbene come extrema ratio, per reprimere il pericolo di sollevazioni popolari e l’accelerazione di forme di capitalismo.

Sempre secondo il quotidiano Joong Ang, nella città di Wonsan sarebbero state riunite all’interno di uno stadio 10.000 persone, tra cui tantissimi bambini, e giustiziati otto fra donne e uomini, tutti colpevoli di contravvenire agli assurdi dettami del regime.

Queste notizie vanno ad unirsi a ciò che la commissione per i diritti umani dell’Onu, costituita proprio per indagare sui soprusi Corea del Nord, ha raccolto qualche mese fa riguardo alle atrocità commesse a Yodok e mescolate alle assurde minacce termonucleari di Kim Jonug-Un nei confronti degli Stati Uniti fanno del regime di Pyongyang una bomba ad orologeria. Uno studio condotto dalla commissione incrociando i dati pervenuti dai satelliti che spiano i campi di concentramento coreani con le rivelazioni giunte dai superstiti miracolosamente scampati al regime ha dipinto un quadro da incubo: dei circa 30 mila prigionieri stimati all’interno di Yodok ne sarebbe recentemente scomparsa più della metà e sebbene di alcuni sia stato confermato il rilascio, di altri è stata persa ogni traccia e se ne teme la liquidazione.

La domanda sorge spontanea: come dovrebbe comportarsi la comunità internazionale davanti a questa inconcepibile situazione? L’ONU Dovrebbe restare indifferente ai crimini contro l’umanità commessi da Kim Jong-Un e dai suoi uomini o intervenire in modo tempestivo per fermare la strage? Difficile che i vari Paesi giungano ad un accordo, specialmente se si guarda al modo in cui è stata gestita la crisi siriana. Là erano chiari i segni dell’esistenza di una pistola fumante, costituita dalle armi batteriologiche, e non c’era più nessun dubbio sull’opportunità di un intervento. Nel caso della Corea, invece, il modo accurato e sopratutto occulto con cui il regime tiene a bada il popolo non permette non solo di giungere, ma addirittura di ricercare un accordo. L’unico raggio di speranza per i coreani è rappresentato dalla commissione Onu, ma i lavori saranno verosimilmente lunghi ed i dati difficili da reperire e valutare.

Quale futuro quindi per la Corea del Nord? Difficile dirlo, come difficile è leggere i piani del giovane generale Kim Jong-Un, sempre più esempio di efficienza ed efficacia nel cancellare i diritti dell’uomo.

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