Lunga riflessione veloce Concezione della coscienza Con Chaplin

“Preoccupati più della tua coscienza che della tua reputazione. La tua coscienza è quello che tu sei, la tua reputazione è ciò che gli altri pensano di te. E quello che gli altri pensano di te è problema loro”. Charlie Chaplin

Charlie Chaplin

Va bene, ottimo ragionamento. Però adesso va a spiegare certe cose ai ragazzini del 2013. Questo esercito di svezzati con gli ormoni che schizzano come palline di un flipper non hanno la benché minima concezione della “coscienza”: è roba da veterani come me, cresciuti col Crystal Ball e Bim Bum Bam. Ricordo orgogliosa con quanta passione la mia generazione -“genuina” ma non impeccabile- fece tesoro del patrimonio custodito dai predecessori; ricordo con quale ottimismo affidò tutto questo ai posteri più prossimi, i quali ne persero almeno la metà conservando discretamente quanto rimasto per poi consegnarlo a quella maledettissima generazione che, scambiando tanta scienza per carta igienica, la gettò nel wc avendo pure una certa premura nel tirare lo sciacquone. Zeus vi fulmini.

Non c’è molta differenza di età tra me e questi adolescenti, però sembra che un baratro insuperabile ci divida bruscamente. E’ in momenti come questi che mi chiedo cosa sia andato per il verso sbagliato negli ultimi anni: vedo corpi che seguono una strada dettata dal vento e non dalla propria volontà, che non si chiedono se il luogo in cui si dirigono sia apprezzato o meno. Si va, punto.

Charlie, so perfettamente che tu intendevi dire qualcosa del tipo “Sii sempre fiero di ciò che sei se hai la coscienza pulita: sono gli altri ad essere invidiosi, lasciali rosicare”. Lo so. Però ho deciso di prendere spunto da questa frase per riflettere un po’ circa un’altra questione, ben più grave del pregiudizio e dell’invidia: la totale assenza di rispetto per se stessi. Perché la coscienza è la capacità di riflettere, di saper fare sana autocritica – positiva o negativa che sia – circa la presenza o l’assenza di dignità in se stessi, e la dignità altro non è che amor proprio. La questione sarebbe meno paludosa se a mancare fosse solo la dignità, lacuna comunque molto grave che porterebbe allo stesso esito. Qui, invece, manca proprio la capacità di riflettere. Charlot, ho bruscamente gettato nell’angolo la tua opinione, però mi aggrappo a queste parole per elaborare la mia predica/sclerata al limite tra il “nonnesco” e il disperato.

La coscienza, per fortuna, non si è estinta e vive in coloro che quotidianamente non si lasciano risucchiare completamente dalle tendenze. Ogni volta che un uomo o una donna pensa e agisce fuori dal coro, essa vive e si alimenta. E chi pensa fuori dal coro? Pochissimi: l’importante è che ci siano. In un periodo come questo, dove il consumismo è nel DNA e il materialismo è sovrano, dove ognuno si dichiara individuo risultando un ovino tra i tanti, dove ‘apparenza’ è sinonimo di ‘esistenza’, risulta sempre più difficile individuare l’originalità autentica. Mi chiedo se le persone capiscano che la diversità la sia ha e basta, non la si compra; che la si espone faticosamente perché la massa stessa la contrasta, non la accetta. E’ stato costruito un mondo che sta spolpando i suoi stessi creatori.

Come se Facebook facesse colazione con Zuckerberg – nel senso che lo inzuppa nel latte come una Macina e poi lo mangia -. Un mondo che ci è sfuggito di mano. Forse è esagerato e addirittura inadeguato; divora le opinioni, le eccezioni, la sobrietà come se tutto ciò di cui le persone necessitano sia fornito dall’esterno, compresa la capacità di elaborare un pensiero tutto proprio. Quale coscienza potrà mai emergere se la si uccide così brutalmente? Di chi è la colpa? Chi bisogna imputare di tale crimine? Tutti o nessuno. Questo mondo non avrebbe il monopolio dei cervelli se le persone ascoltassero di più ciò che la propensione naturale di ciascuno richiede. Le necessità reali vengono sotterrate dal consumismo, i ragazzini del 2013 crescono in una condizione già disastrata che non permette loro di andare oltre questo loop; la coscienza, ripeto, non si è estinta, ma muore ogni giorno.

La coscienza muore quando mamma e papà divorziano odiandosi a morte solo perché si ostinano a pensare da marito e moglie, e non da genitori: muore quando si dimenticano che di mezzo ci sei tu, figlio, che paghi amaramente per le loro frustrazioni egoistiche.

La coscienza muore quando ai bagni della scuola le ragazzine si prostituiscono: per vanità, per spavalderia, per avere l’ultimo smartphone. Arriveranno ad un certo punto della loro vita in cui, quando si renderanno conto che dietro di loro c’è solo il deserto, sarà troppo tardi per rimediare. Strade di terra troppo battuta per poter permettere all’erba di crescere.

La coscienza muore quando le persone combattono il “sistema” distruggendo ciò di cui necessitano. Il “sistema” da abbattere è quello che controlla le menti: quello materiale è stato costruito anche con le fatiche di questi “geniali” anticonformisti e, credo, in tempi di crisi più si preserva e risparmia, meglio è. Invece di lanciare le molotov contro le vetrine, che si impari una poesia, una canzone, a suonare uno strumento; che si esibisca la cultura, l’educazione, tutto ciò che risalti le splendide sfaccettature di ogni individuo: la vera guerra è questa. Il “sistema” vuole incapaci, non talentuosi. Se prevalgono i secondi, il “sistema” si riduce ad una quindicina di inutili zotici.

La coscienza muore quando si uccide. E su questo non aggiungo altro.

La coscienza muore quando i pregiudizi e il bigottismo mietono vittime senza pietà, dall’omofobia al razzismo alla religione. E a questo punto cito Eleanor Roosevelt: “Nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo permesso”. Se è vero che ognuno può essere libero di scegliere, perché continuare ad imporre ideologie sature di presunzione?

La coscienza muore quando si avvelena il suolo su cui si vive, l’acqua con cui ci si disseta, il cibo che si mangia, l’aria che si respira per soldi. Quando ogni angolo del mondo sarà inquinato, il denaro servirà a niente. Non credo che l’autodistruzione sia un buon investimento.

La coscienza muore quando si indossano capi di abbigliamento o si utilizzano strumenti realizzati da persone sottopagate e sfruttate. Cose che paghiamo fior di quattrini, che non valgono quanto la dignità di chi le ha realizzate, che spesso non sono neanche indispensabili. Soprattutto muore quando si è consapevoli di tanta ingiustizia, ma ci si preoccupa di più della fila chilometrica da affrontare per acquistare certe futilità senza potersele neanche permettere economicamente.

La coscienza muore in un luogo e risorge altrove. Sempre. Muore quando un crimine viene commesso, quando una mente viene spenta, per poi rinascere nel cuore di altre persone che si adoperano affinché qualcosa cambi, o perlomeno preservino una personalità.

Ma, Charlie, prova a spiegarlo tu ai ragazzini del 2013 che la coscienza muore ogni giorno, da quando aprono gli occhi la mattina a quando si coricano la sera e anche mentre dormono essa è in agonia chissà dove. Convincili a non rincorrere falsi idoli che il “sistema” propina loro, se ci riesci. Di’ a chiare parole che conta di più ciò di cui necessita la loro indole e non ciò che dall’esterno si vorrebbe che fossero. Esortali a pensare che forse si potrebbe ancora cambiare qualcosa, se solo lo volessero.

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Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

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