Omofobia: intervista a Flavio Romani, presidente Arcigay

Flavio Romani, presidente dell’associazione Arcigay, ha risposto per Senzabarcode a qualche domanda sull‘omofobia. Il tema, oggetto di un pesante dibattito nei mesi scorsi, sopratutto in pendenza del Meeting annuale di Comunione e Liberazione, rimane comunque tra i punti dell’agenda di questa legislatura. Un decreto legge anti-omofobia è stato presentato alle Camere in estate, ma a causa delle forti critiche ricevute da varie compagini politiche e sociali, primo fra tutti il popolo lgbt, è stato rimandato in seconda lettura, subendo un netto arretramento in agenda che ne ha rallentato di molto l’approvazione.

flavio romani arcigay

Il disegno di legge anti-omofobia è ormai arenato in Parlamento, ma in merito al suo contenuto si è parlato di “salvacondotto per i vescovi”; cosa significa esattamente?

Si tratta di questo paragrafo:

“3 – bis. Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente.”

Sono poche righe, all’apparenza di buon senso, che portano però con sé alcuni possibili pericoli e un contenuto politico inaccettabile.

La legge Mancino è in vigore dal 1993, da 20 anni colpisce con pene adeguate le violenze, le discriminazioni, gli atti di odio compiuti per motivi “razziali,etnici, nazionali o religiosi”, noi da anni chiediamo che siano inserite anche le violenze che ogni giorno colpiscono le persone gay, lesbiche e trans per il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere, l’omofobia e la transfobia appunto.

Appena si è avuto sentore che questa semplice e banale proposta di civiltà potesse passare, si è scatenata una gazzarra ignobile che è partita dagli ambienti cattolici più oscurantisti, ed è passata poi per il quotidiano “Avvenire”, l’organo ufficiale dei vescovi italiani, fino ad arrivare al Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini con la raccolta firme contro la legge. Una campagna mistificatoria carica di menzogne, dei bugiardi che hanno messo in giro delle falsità incredibili. Cuore di questa campagna sono alcune affermazioni che non trovano nessuna corrispondenza col vero: secondo i vescovi, se passasse questa legge con le aggiunte delle specifiche per gay, lesbiche e trans, un prete non potrebbe più dirsi contrario ai matrimoni fra persone dello stesso sesso, o non potrebbe più citare le Sacre Scritture, perché rischierebbe di andare in galera. Nulla di più falso. La libertà di opinione è difesa in maniera blindata dalla nostra Costituzione, sta alla base della libertà e della democrazia di ogni paese civile. Nel nostro paese, e per fortuna, chiunque può esprimere pubblicamente e liberamente le proprie opinioni, anche le più sciocche. I vescovi sostengono che questa legge limiterebbe la libertà d’opinione. Questa legge è in vigore da 20 anni, perché se ne accorgono proprio adesso? È sempre andata bene, adesso che si aggiungono omosessuali e transessuali non va più bene? In realtà ciò che chiedono i vescovi è un lasciapassare, un salvacondotto che permetta loro la più piena libertà di insulto, e vogliono che questo sia chiarito per legge.

Il paragrafo citato all’inizio legittima chi ogni giorno ripete che i gay sono malati, sono deviati, sono degli esseri inferiori, che le loro unioni non sono famiglie, e tutto il catalogo degli orrori che ogni giorno sentiamo. Ma non solo, apre la porta ai razzisti che lanciano banane alla ministra Kyenge perché è di colore, o ai gruppetti nazi-rock che inneggiano ai forni crematori. Sia chiaro che noi siamo i primi difensori della libertà d’opinione, non andiamo di certo a scuola da chi è solo capace di imporre divieti e censure. Nessuno vuole mandare in galera nessuno per le proprie opinioni. Vescovi e preti possono tranquillamente continuare a dirsi contro il matrimonio fra due uomini o due donne. Con o senza paragrafo salva-vescovi.

La prima porcata politica consiste nell’aver fatto credere a migliaia di persone in buona fede che una legge in vigore da 20 anni improvvisamente diventasse una legge liberticida, solo perché entrano gay, lesbiche e trans fra le persone tutelate. La seconda porcata sta nel costringere a votare il salva-vescovi nello stesso emendamento che contiene le aggravanti alle pene per violenze dovute a omofobia o transfobia, senza queste aggravanti la legge sarebbe totalmente inutile. Chiaramente votare un unico emendamento che contiene sia l’articolo sulle aggravanti che la salva-vescovi, significa che approvi tutto o bocci tutto. E questo politicamente è inaccettabile. Per questo diciamo a Scalfarotto e al Pd di separare le due parti dell’emendamento, e di farle votare ognuna a sé stante.

È una richiesta liberticida?

Durante il meeting di Rimini il settimanale “Tempi” ha improvvisato una raccolta firme contro il disegno di legge anti-omofobia; in che modo il panorama lgbt risponde ad iniziative di questo tipo?

Abbiamo subito denunciato pubblicamente la gravità di quanto stava succedendo al Meeting, addossando la responsabilità interamente su Comunione e Liberazione, perché da loro veniva ospitata, tra l’altro non in un banchetto ma in uno spazio che era una cattedrale, quindi nulla di nascosto o sottotono. In questo modo abbiamo costretto CL a prendere le distanze dall’iniziativa della raccolta firme contro la legge, presa di posizione assolutamente insufficiente, una mossa degna di Ponzio Pilato che non li ha in nessun modo liberati dalle loro responsabilità. Dovevano bloccare la raccolta firme nel loro spazio, non l’hanno fatto e di conseguenza ne sono perlomeno complici. Neanche a dirlo, anche a Rimini venivano fermate le persone una a una e convinte a firmare con la menzogna. Quello che di sicuro possiamo fare è denunciare sempre e a gran voce la menzogna ogni volta che nasce e viene concretizzata in azione.

Si è parlato parecchio di omofobia a causa della triste vicenda che ha riguardato il suicidio di un quattordicenne romano; ma quali sono in concreto gli ambiti della vita quotidiana in cui l’omofobia si fa sentire di più?

I casi che appaiono sui giornali che parlano di violenze, di aggressioni, di botte, insulti e minacce, sono solo i casi più gravi ed eclatanti, dove l’omofobia si esprime a livello fisico in maniera diretta. Ma c’è oltre a questa tutta una miriade di azioni, di comportamenti, di atti di discriminazione, di esclusione, un continuo stillicidio che fa morire le persone dentro, che gli toglie la voglia di vivere, che sono causa di infelicità profonde tanto da provocare stati di depressione inguaribili, e indurre chi non ce la fa a togliersi la vita, proprio perché non riesce più a sopportare il peso di una colpa che gli viene continuamente addebitata e che non esiste.

E questo succede in tutti gli ambiti della vita. A scuola ovviamente, con le angherie tipiche del bullismo, dalla merenda continuamente rubata all’esclusione a prescindere dalla squadra di pallavolo durante l’ora di ginnastica, agli agguati quotidiani nei bagni e nei corridoi, dove gli adulti non ti possono vedere o peggio vedono e fanno finta di niente. Questo fa di ogni giorno scolastico un calvario, rende odiosa la scuola e gli studi ai gay e alle lesbiche che sono vittime di queste azioni, fino a portarli all’abbandono scolastico. Ma succede qualcosa di molto simile nel mondo del lavoro, mobbing a tutti i livelli, dalla scrivania messa lontano rispetto al gruppo di colleghi, ai mancati inviti alla pausa caffè, carriere che si bloccano improvvisamente e senza spiegazione logica, e ovviamente mancate assunzioni o addirittura licenziamenti mascherati da altro. Infine, tragicamente, l’omofobia familiare, forse la peggiore perché ti vengono a mancare le basi fondamentali a cui in genere ci si appoggia in caso di difficoltà. I genitori e i fratelli che ti girano le spalle, o peggio i casi di vero e proprio sequestro di persona, ragazzi e ragazze segregati in casa senza cellulare e senza internet, completamente isolati dall’esterno per farli redimere. E potrei continuare ancora nell’elenco degli orrori che spesso si sommano uno sull’altro e rendono la vita delle persone omosessuali estremamente difficile e faticosa.

Quali sono le iniziative che Arcigay porta avanti per combattere l’omofobia e qual’è lo stato di avanzamento di questa lotta all’interno della società?

Lo scopo primario di Arcigay è migliorare la vita delle persone gay, lesbiche e trans di questo paese. Per questo esiste questa associazione. E il modo migliore per cercare di scalzare secoli di pregiudizio, il modo migliore per far evaporare i mille stereotipi legati all’omosessualità e alle persone gay, è quello di entrare in contatto con tutti, direttamente, nei luoghi più disparati, a spiegare le nostre ragioni, a raccontare le nostre vite, a far vedere che gay e lesbiche non sono quei personaggi strani e incollocabili, ma persone che fanno parte integrante del tessuto sociale. E della vita quotidiana di tutti.

Può essere gay, o lesbica, o trans il tuo vicino di casa, l’edicolante dove compri il giornale o le figurine a tuo figlio, l’autista del tram, l’allenatore della palestra, o anche tuo fratello, tua zia, o tuo padre. Le persone omosessuali e trans non vivono in un mondo a parte, vivono nel mondo di tutti, però spesso sono costrette a nascondersi in questo mondo, a mettere una maschera, a mettere in scena una vita che non è la loro, ma è appunto una finzione.

Come si riesce a declinare un rapporto difficile come quello tra religione e omosessualità?

Beh ci vorrebbero decine di pagine per un argomento come questo. Per chi crede, esistono molti gruppi di gay cattolici che si interrogano seriamente sul rapporto fede/religione con discussioni dottrinali e teologiche molto approfondite. Di fatto l’omosessualità è l’unica cosa che mette d’accordo le tre grandi religioni monoteiste, cattolicesimo, ebraismo e religione islamica, e tutte sono ferme nel condannare, più o meno duramente le persone gay, lesbiche e trans. Con i relativi problemi di coscienza di chi, appartenendo a quelle religioni, si trova a dover mediare tra la propria anima e la propria condizione.

Un aiuto potrebbe venire dalle istituzioni statali, se fossero un esempio di laicità e non, come nel nostro paese, sempre pronte a obbedire ai diktat dei vescovi, rendendo di fatto impossibile uno sviluppo nel campo dei diritti civili negati al popolo LGBT.

Molti accusano gli omosessuali di “ghettizzarsi”; da questo punto di vista una manifestazione forte come il gay pride non può risultare controproducente?

La presunta ghettizzazione dei gay è di fatto una leggenda, un falso alibi di chi non riesce ad ammettere di essere infastidito da locali gay, manifestazioni gay, o appunto dai pride. L’esistenza di locali targetizzati su un pubblico omosessuale è dovuta al bisogno di fornire alle persone gay un luogo di aggregazione sicuro e accogliente, dove nessuno si sogna di aggredirti o anche solo di prenderti in giro. Un posto che fa prendere un po’ di respiro a chi normalmente vive in una società per niente ben disposta nei nostri confronti. Ma questo non significa emarginarsi o chiudersi in un recinto. E comunque sia, i cosiddetti “locali gay” non impediscono l’ingresso a chi gay non è, e infatti molti di questi sono frequentatissimi anche da un pubblico eterosessuale libero da pregiudizi, da ragazzi e ragazze che non si scandalizzano se una persona del loro stesso sesso “ci prova” con loro, cosa che è davvero ancora molto difficile nei locali comuni.

Stesso discorso in parte per il Pride. E’ una manifestazione molto a sé stante, che unisce rivendicazione e festa, musica e diritti, esagerazione e profondità politica. E spesso scandalizza chi vuole scandalizzarsi, dato che al Pride, se proprio vogliamo prendere i casi più estremi, non succede niente di più di ciò che compare tutti i giorni in mille manifesti pubblicitari, o programmi televisivi, o film.

Spesso si parla di “carnevalata” quando si parla di Pride, senza nemmeno conoscere la storia di questa manifestazione, e i motivi di certi atteggiamenti e trasgressioni, che trasgressioni non sono più da ormai molto tempo. Si accusa il Pride di indecenza, ma la vera indecenza è la mancanza di diritti e di uguaglianza, non una parrucca o un boa di struzzo o un vestito succinto.

E come per i locali, anche il Pride è frequentatissimo da persone di tutti i tipi che non appartengono al mondo LGBT, simpatizzanti politici, famiglie con bambini sul passeggino, amici e compagni di scuola, i vecchietti che salutano dalla strada. Una manifestazione molto composita insomma che riesce ad infrangere molte barriere, e spesso lascia un segno positivo nei luoghi dove passa, innescando un circolo virtuoso che, come è facile dimostrare da esempi come Bari, Padova, Torino, e ultima Palermo, fa bene alla città intera. Per questo ci cade addosso un grande scoramento quando vediamo che i Pride, per i media nazionali tv in primis, non sono altro che la ricerca del costume più trasgressivo, o della drag più sguaiata, persone che partecipano alla manifestazione come meglio credono con la massima libertà, e fanno solo bene. Tranne però che gli stessi media si dimenticano bellamente di parlare o anche solo di inquadrare la stragrande maggioranza di persone in bermuda e maglietta, che danno al Pride quella connotazione di “normalità” che forse ancora spaventa così tanto da non avere nemmeno il coraggio di affronta

 

Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

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