Don Andrea Gallo; come Gesù nel tempio

don-galloIl 22 maggio, intorno alle ore 18:00 si è spento, circondato dall’affetto dei suoi collaboratori più stretti e dei due nipoti che si sono presi cura di lui negli ultimi mesi di vita, Don Andrea Gallo.

La sua storia ecclesiastica inizia nel lontano 1959, ad Ivrea, dove viene ordinato prete dai Salesiani. Resta all’interno della congregazione per poco più di cinque anni, ma è costretto ad abbandonarla anche perchè, come lui stesso ha ripetuto più volte, troppo istituzionalizzata rispetto alla sua idea di “vivere la vocazione”. La congregazione ha deciso di allontanarlo nonostante – o a causa- l’egregio lavoro svolto all’interno del riformatorio per i minori della Garaventa. A questi ragazzi, per la prima volta da sempre, il prete insegna che non esiste solo la necessità di espiare una colpa, ma anche dei buoni motivi per vivere la vita in modo tranquillo e sereno. Don Gallo insegna loro cosa significa vivere in una società e quali sono i vantaggi della vita libera, che in fondo è il vero concetto di riabilitazione, nonché il vero obiettivo delle case circondariali.

Dal 1964 al 1970 l’allora arcivescovo Siri gli assegna la parrocchia di Capraia. Qui per la prima volta si rende conto che a volte, a seguire i veri insegnamenti di Gesù Cristo, si finisce perseguitati, proprio come accadde a lui quando ad esempio si permise di riprendere i saggi nel Tempio, ricordando loro che l’amore verso il prossimo, la preghiera, il sostegno agli oppressi ed agli emarginati, sono le vere basi della religione. Non gli sfarzi, non le punizioni, non l’indottrinamento alla paura.

La Diocesi di Capraia negli anni della gestione di Don Andrea diventa il punto di riferimento di tutta la povera gente, che per problemi economici, fisici o psichici ha sempre subito l’emarginazione dal resto della società “per bene”.

Le omelie del prete non piacciono però alla classe borghese, che ben presto lo accusa di essere comunista – come se fosse una malattia-, e non cristiano, costringendo – neanche con più di tanto dispiacere- lo stesso vescovo che pochi anni prima lo aveva nominato responsabile della Parrocchia del Carmine, ad allontanarlo dal suo quartiere e dalla sua gente che, nonostante sia addirittura scesa in piazza a difesa di Don Gallo, ha dovuto rinunciare al “prete degli ultimi“.

Giunge infine a S. Benedetto, dove Don Rebora lo accoglie ed insieme fondano l’ancora attiva ed omonima Comunità di San Benedetto al Porto.

Don Gallo non ha mai nascosto il suo amore per gli ideali di Sinistra, non si è mai nascosto dietro alla tonaca – che ha sempre colorito con una stola rossa-, anzi, ha utilizzato il pulpito della chiesa per  invitare e incitare i fedeli a darsi davvero da fare, ad essere attivi, ad avvicinarsi agli emarginati – che forse ha amato più del comunismo-. Vari e noti sono i video del prete che alla fine della messa intona “Bella ciao”, molti gli interventi del Don nelle manifestazioni di piazza e nei talk show, note anche le affermazioni rilasciate in seguito alla sua partecipazione alle sfilate contro il G8 a Genova, in cui accusava lo Stato ed i militari di aver commesso abusi indimenticabili, non dimenticati e illegali!

Tante sono le offese, gli insulti, gli attacchi gratuiti che Don Andrea Gallo ha ricevuto e subito in tutti i suoi lunghi anni di sacerdozio. C’è chi lo ha accusato – e lo fa tutt’ora, a poche ore dalla sua morte- di essere un prete indegno, – considerando magari più congeniale al ruolo chi dichiara che i gay minacciano la pace, o che l’aborto è omicidio, così come l’uso di contraccettivi e precauzioni durante i rapporti sessuali-, ma io ripensando a lui non posso non ricordare il suo basco, il suo sigaro sempre in bocca, il pugno chiuso alzato e la forza del suo sguardo e delle sue parole. Ricordo l’amore nei suoi occhi e la rabbia di chi a più di 80 anni non si rassegna e vuole cambiare il mondo.

Voglio salutarlo citando una sua stessa frase, che per me racchiude tutto ciò che lui era e resterà per noi che tanto lo abbiamo amato e rispettato:

Vivo, da tempo, in mezzo ai giovani, nelle comunità, negli ospedali, nelle carceri, nei posti di lavoro, nelle scuole, nelle strade e nelle piazze.
Essi attendono, sperano, lottano, soffrono troppo delle ingiustizie. Vogliono un mondo migliore. Non accettano più l’assenza di futuro.
Chi vorrà deluderli?

Marika Massara

Nata e cresciuta in provincia di Milano, emigrata in Calabria, adottata da Roma, non posso che definirmi italiana. Amo la mia Calabria, il mare d'inverno e il Rock. Da sempre attenta alla politica (più che ai politici), non posso che definirmi assolutamente di sinistra. Segni particolari: Milanista sfegatata.

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