Episiotomia, una pratica ingiustificata e dannosa.

Già dal 1985 l’Organizzazione Mondiale della Sanità condanna la pratica ormai abitudinaria dell’ episiotomia; Questa piccola operazione chirurgica infatti, oltre ad essere del tutto ingiustificata è anche dannosa per le donne, soprattutto nella fase post parto.

episiotomiaL’ episiotomia è una piccola operazione chirurgica che consiste in una incisione della vagina per allargare e dilatare il canale di espulsione del bambino al momento del parto. E’ una pratica molto diffusa nei nostri ospedali perché è considerata una comune operazione di routine che dovrebbe rendere più facile e meno doloroso il parto. Il più delle volte le donne partorienti vengono sottoposte a questa pratica senza che sia richiesto il loro consenso, proprio perché è diventata una procedura quasi automatica.

Se in un primo momento l’ episiotomia può sembrare un’operazione non invasiva e anzi vantaggiosa per la donna, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) al contrario hanno dimostrato quanto essa sia dannosa, soprattutto per la fase post parto. Innanzitutto, alle donne che sono state sottoposte a questo piccolo intervento, occorrono circa 20 giorni per potersi totalmente riprendere e poter camminare e sedersi come prima del parto; Ma oltre a questo, le conseguenze della pratica dell’ episiotomia si fanno sentire a distanza di tempo, causando incontinenza, infezioni, difficoltà a defecare e dolore durante i rapporti sessuali anche molti anni dopo il parto.

Per avere un’idea della diffusione del fenomeno, nel 2002 nel nord Italia si è ricorsi a questa pratica nel 60% dei parti, mentre nel sud Italia nel 70% dei casi, per un totale di circa 200mila interventi di episiotomia. In questi ultimi anni invece, non è stato possibile rilevare dati e numeri per stabilire la diffusione della pratica chirurgica perché sono stati, e lo sono tuttora, pochissimi gli ospedali che hanno registrato in maniera completa tutti i trattamenti medici o chirurgici a cui sono state sottoposte le partorienti della loro struttura. L’episiotomia però è diffusa anche in altri paesi; In America Latina per esempio è praticata nel 90% dei parti che avvengono in ospedale, mentre negli Stati Uniti sta notevolmente perdendo popolarità. Questo è confermato da una ricerca condotta da Weber e Meyn sulla popolazione statunitense nel 2002, che ha rilevato che nel 1979 il 56% delle donne che hanno partorito in ospedale sono state sottoposte all’operazione dell’ episiotomia, mentre nel 1997 la percentuale si è abbassata al 31%.

L’Organizzazione Mondiale della Salute condanna questa pratica già dal 1985, anno in cui ha stilato il documento “Tecnologia appropriata per la nascita” che contiene diverse raccomandazioni per il trattamento delle partorienti e sulle pratiche medico-chirurgiche da utilizzare per i parti. Per quanto riguarda l’ episiotomia, l’OMS dichiara che il suo uso routinario non è scientificamente giustificato, e che anzi essa è una pratica non indispensabile e in diversi casi anche dannosa. Il protocollo indica un giusto ricorso a tale pratica solo nel 5% dei casi di parto, in particolare quando sussistono condizioni di reale emergenza come una grave sofferenza fetale mentre il bambino si trova ancora nel canale di espulsione, se la testa del bambino è troppo grande per passare attraverso l’apertura vaginale o se quest’ultima non riesce a dilatarsi naturalmente.

Le raccomandazioni dell’OMS, confermate anche dall’ Istituto Superiore della Sanità, non si limitano però alla sola pratica dell’ episiotomia, ma toccano anche i temi dell’induzione al travaglio, dell’uso eccessivo di parti cesarei, dell’allattamento e del contatto post parto tra madre e bambino. Sono diverse dunque le pratiche medico-chirurgiche messe in atto quotidianamente e ormai in maniera automatica negli ospedali, che devono essere riviste e corrette.

 

Sheyla Bobba

Classe 1978. È presidente dell’associazione SenzaBarcode, direttore e blogger dell’omonimo sito che si occupa di informazione su Roma. È docente di Academy SenzaBarcode e si occupa di web writing e comunicazione.

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