Racconto della disperazione. Era davvero quello che volevo?

van gogh-soglia eternità_thumb[2][1]La notizia ha fatto scalpore ma io mi ero solo vestito di tutto punto quella mattina. Era una mattina importante, a Roma i futuri ministri stavano per giurare fedeltà alla Repubblica. A me piaceva quel completo, era l’ideale per quell’evento.

In tasca la mia amica di sventura mi teneva compagnia, come fa un vecchio whisky su un bancone  di un bar, e mi dava carica, energia pura. Dopo essere sceso dal treno, che dal nord mi portava verso sud, ma non verso casa, ho preso un caffè alla stazione mimetizzandomi tra turisti e manager. Sentivo in me che qualcosa sarebbe cambiato, che la mia condizione di uomo disperato si sarebbe ben presto trasformata in condizione di uomo libero. Non volevo essere un eroe ma nemmeno un nemico della democrazia.

Nella mia mente i pensieri mi sussurravano di puntare quella pistola, la mia amica di sventura, verso di me, cosi alla tv avrebbero potuto parlare dell’ennesimo suicidio di un uomo che aveva perso il lavoro, la moglie, la dignità. Poi però è prevalso in me un senso di rabbia, lo stesso che in questi ultimi anni mi ha fatto sopravvivere. E allora mi sono ritrovato a terra, dopo quell’esplosione, con la testa sull’asfalto e con un sorriso di dolore che sembrava un ghigno beffardo.

Tutti si chiedono, quasi compulsivamente, cosa  mai mi è passato per la testa, mentre io, nella mia disperazione, avevo chiaramente  individuato i miei colpevoli e volevo che qualcuno pagasse per il mio dolore.

Ma ora che qualcuno sta pagando, sta soffrendo mi chiedo “era davvero quello che volevo?”.

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