American Horror Story Asylum e la follia

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American Horror Story Asylum – Il mio nome è Anna Frank.


Uno dei telefilm più belli proposti quest’anno dalla TV satellitare Fox è American Horror Story Asylum ambientata negli anni 60 e che narra delle vicissitudini di pazienti rinchiusi nel manicomio di Briarcliff.

Non conosco i dati di ascolto della serie, se abbia avuto proseliti oppure no, ma immagino di sì, e credo proprio che il suo successo sia da attribuire al fatto che si dice che in ognuno di noi ci sia un po’ di buono e un po’ di cattivo e forse quella parte un tantino perversa fa capolino quando si raccontano storie che scavano nelle parti più torbide dell’animo umano.

Tuttavia la domanda che mi sono posta dopo aver visto le due indimenticabili puntate dal titolo – Il mio nome è Anna Frank- è questa: che cosa si nasconda dietro quella che a volte in maniera semplicistica viene definita stranezza, follia, o addirittura pazzia?
Un giorno nel manicomio arriva una donna che dice di essere Anna Frank, la dolce ragazzina la cui adolescenza è stata spezzata prima dagli anni di prigionia in un rifugio segreto per sfuggire alle persecuzioni razziali e poi dal campo di concentramento di Bergen Belsen dove finisce i suoi giorni prima della liberazione da parte degli Alleati.
Anna racconta di essere sopravvissuta al campo di sterminio e dopo essere stata liberata da un marine è riuscita ad arrivare negli Stati Uniti. Nel manicomio riconosce nel Dottor Arden, il sadico medico che usa i malati di mente per i suoi esperimenti terrificanti, lo stesso dottore che lavorava nei campi di concentramento ed eseguiva le stesse agghiaccianti operazioni.

Tempo dopo però arriva al manicomio un uomo che riconosce in Anna sua moglie Charlotte Cohen, mamma di un bambino piccolo e sfuggita alla famiglia. La donna viene dunque congedata da Briarcliff e tramontano le speranze di smascherare il Dottor Arden.
In realtà la vicenda non si conclude così facilmente, perché di fronte alle nuove intemperanze, Charlotte/Anna viene riportata in manicomio e sottoposta e elettroshock.
Niente più ricordi, ora Charlotte/Anna è una perfetta padrona di casa, moglie madre rispettabile, le immagini appese al muro della loro casa sui campi di sterminio hanno perso tutto il loro significato.
I dubbi sulla sua identità però non verranno mai risolti e forse è giusto così perché Anna Frank è uno di quei personaggi che il tempo ha avvolto nel mito, al punto da far credere che ancora adesso si aggirino tra noi come piccoli angeli, alla stregua di Anastasia Romanoff, figlia dell’ultimo zar di Russia, di cui per anni si è creduto potesse essere la unica sopravvissuta al massacro della sua famiglia.

Ma al di là del destino della piccola Anna ritorno alla domanda dell’inizio ovvero: che cosa si nasconda dietro quella che a volte in maniera semplicistica viene definita stranezza, follia, o addirittura pazzia?
Il fatto di non volerci inquadrare in quel ruolo che la società ci ha cucito addosso; il fatto che una donna negli anni 60 – ma adesso la realtà purtroppo non è molto diversa – non possa magari lottare per esprimere idee diverse dalla massa, per svolgere un ruolo che non sia quello della brava moglie e della brava mamma. In caso contrario che succede?

C’è sempre l’elettroshock, la lobotomia, al giorno d’oggi si va dallo stalking per poi giungere al gesto estremo del femminicidio. Deve essere comunque un qualcosa di traumatico, di efferato che possa essere considerato una punizione esemplare che magicamente resetta tutto e ti riporta al tuo posto, ti fa diventare ciò che non sei, uniforma i tuoi principi non al giusto, ma a ciò che in quel momento la società ritiene giusto per te.

6 pensieri riguardo “American Horror Story Asylum e la follia

  • 21 Giugno 2013 in 11:23
    Permalink

    Grazie a Lei che mi ha informato.

    Buona giornata.

    Caruso

  • 21 Giugno 2013 in 11:23
    Permalink

    Grazie a Lei che mi ha informato.

    Buona giornata.

    Caruso

  • 21 Giugno 2013 in 9:27
    Permalink

    Grazie del suo interessamento signor Caruso,
    Maria Grazia Casella non collabora più con SenzaBarcode quindi non posso garantire la sua risposta.
    Saluti

  • 21 Giugno 2013 in 9:27
    Permalink

    Grazie del suo interessamento signor Caruso,
    Maria Grazia Casella non collabora più con SenzaBarcode quindi non posso garantire la sua risposta.
    Saluti

  • 20 Giugno 2013 in 22:04
    Permalink

    Ma a Lei è piaciuta più la prima stagione o la seconda? E perchè?

    La ringrazio

    Caruso

  • 20 Giugno 2013 in 22:04
    Permalink

    Ma a Lei è piaciuta più la prima stagione o la seconda? E perchè?

    La ringrazio

    Caruso

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