Eutanasia: etimologia di una scelta

respiratore artificiale

L’ ossimoro, il paradosso è già nell’etimologia. Letteralmente la “morte buona” in greco = eutanasia ha un significato diverso da quello che le attribuiamo noi oggi.

Nasce come neologismo di Bacone per indicare una fine serena, positiva,  l’ ultima esperienza della vita di una persona alla quale il medico partecipa per renderla più umana possibile.

Se ci fermassimo a questa definizione non esisterebbero dibattiti, discussioni, problemi etici e morali.

Proprio perché l’ obbiettivo di ogni medico è quello di ridurre al minimo le sofferenze di una persona malata. L’ eutanasia non è più soltanto una dipartita indolore ma una morte giusta, accettabile.

Questa parola ha assunto quindi il nuovo significato in seguito ai progressi scientifici e tecnologici.

Prima dell’ introduzione del respiratore artificiale chi non riusciva più a immettere aria nei polmoni in seguito a traumi o interventi era spacciato. Mentre chi sfortunatamente si ritrova nello stato vegetativo permanente oggi  viene mantenuto in vita grazie all’ azione di una macchina sofisticata.

Per chi si trova in questi stati possono verificarsi due condizioni.

Se si mantiene la coscienza e la percezione di sé  si considera la propria esistenza,  ormai radicalmente cambiata, innaturale e non più propria. Questo mancato controllo sulla propria vita porta alcune persone a riflettere su quanto bisogna rimandare quel naturale appuntamento con la fine. Quindi a quel punto il pensiero va all’ oggetto da cui si dipende, esso non ristabilisce quel meraviglioso equilibrio che è la vita ma è una condanna a rimanere appesi a questa. Qui sono evidenti anche i limiti della scienza. Sebbene esiste una macchina per la respirazione artificiale non esiste ancora un metodo per permettere a persone non più in grado di respirare di tornare a farlo. Consapevoli dei propri limiti si sente il bisogno di rimettersi al corso naturale degli eventi , di “staccare la spina”.

Per quanto riguarda il secondo caso, quello in cui si rimane in stato vegetativo le riflessioni vanno fatte a priori.

Questo perché si perde la percezione della propria individualità sebbene si rimanga ancora in vita.

Proprio per la mancanza di coscienza di questa situazione le opinioni di chi la analizza sono quelle ideologiche sull’ argomento. Non sono possibili pentimenti o cambiamenti di idee. Perché un individuo in quello stato non è in grado di pensare.

Ovviamente vi è chi si sostiene l’ importanza della vita e chi cerca di definirne meglio il significato. Ossia se questo stato sia identificabile come un’ esistenza al pari di quella che viviamo da coscienti.

Da queste posizioni emerge la possibilità di prendere una decisione. Spegnere o meno l’ interruttore della macchina che ci tiene in vita.

Ma questa opzione esiste solamente sotto forma di riflessione, solo in teoria, ancora oggi non esiste una legge che tuteli questo diritto di scelta.

È per rendere l’ eutanasia legale che il partito radicale sta organizzando una raccolta firme.

Quello che è giusto o sbagliato è frutto di una scelta. Quando non si ha la possibilità di decidere non esiste giudizio sulle nostre azioni, quindi forse per paura di sbagliare ancora non abbiamo deciso di concederci il diritto di questa scelta. Ma in questo modo ci è preclusa una qualche forma di libertà anche quella di commettere errori.

2 pensieri riguardo “Eutanasia: etimologia di una scelta

  • 20 Marzo 2013 in 13:31
    Permalink

    Io sono a favore dell’eutanasia. Una vita è tale perchè va vissuta. NO all’accanimento terapeutico.
    Secondo il Codice di deontologia medica, l’accanimento terapeutico viene definito come ” ostinazione in trattamenti da cui non i possa fondatamente attendere un beneficio per il malato o un miglioramento della qualità di vita”. Le cure, in questo caso, sarebbero sproporzionate rispetto ai benefici conseguenti.

  • 20 Marzo 2013 in 13:31
    Permalink

    Io sono a favore dell’eutanasia. Una vita è tale perchè va vissuta. NO all’accanimento terapeutico.
    Secondo il Codice di deontologia medica, l’accanimento terapeutico viene definito come ” ostinazione in trattamenti da cui non i possa fondatamente attendere un beneficio per il malato o un miglioramento della qualità di vita”. Le cure, in questo caso, sarebbero sproporzionate rispetto ai benefici conseguenti.

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