Lo strumento Televisione Da Esigenza a Padrone

schiavi_della_tvQualunque strumento, persino il computer col quale scrivo queste righe, nasce dalla più o meno lecita esigenza di migliorare o semplificare o allargare le possibilità del nostro ingegno e della nostra fantasia, ma accade, ahimè, che questi strumenti finiscano sempre più spesso, data la loro natura sempre più complessa, col diventare fini a sé stessi sostituendo la loro natura di strumenti con quella di “entità” dalla quale riesce difficile liberarsi. Una di queste entità che massimamente detesto è la televisione.

Nata come mezzo di comunicazione per consentire la diffusione immediata di notizie è diventata una sorta di rito catartico irrinunciabile, protesi di una fantasia ormai atrofizzata dal ritmo quotidiano, surrogato dei sogni che oramai siamo incapaci di fare, lasciando che un critico qualunque selezioni per noi gli incubi e le favole che non riusciamo più a pensare. Anziché essere utilizzata, è la televisione che utilizza lo spettatore in funzione di uno share, di una pubblicità e dai lauti guadagni che produce a spese, anche questa volta, della ignara vittima che spesso ne paga pure il canone. Bizzarro! Eppure reale al punto tale da non essere nemmeno quasi più menzionata in alcuna forma di critica.

La televisione è come un noumeno, realizzazione dell’inesistente che è diventato realtà. Con questo non si vuole certo affermare che sia tutto da gettare alle ortiche, anzi si può senz’altro dire che in varie occasioni attraverso lo schermo e la sua appendice videoregistratore ho avuto la possibilità di gustare emozioni mirabilmente descritte da Caio, Tizio e Sempronio, ma vorrei ricordare che esse non sostituiscono la scrittura, piuttosto da essa scaturiscono.

Un libro ci permette di immaginare, oltre la descrizione dell’autore, il volto del personaggio, il paesaggio descritto secondo le proprie esperienze, ci permette di avere tempo, il tempo di rileggere il paragrafo, il tempo di bere un caffè, soprattutto il tempo di pensare, di fantasticare, il tempo di aggiungere una nota a margine di una pagina, di sottolineare una frase che ci ha colpiti, il tempo di fermarsi per capire. Ma tutto ciò è difficile quando il racconto è fatto da uno scorrere di immagini racchiuse in uno schermo, qualunque sia la sua dimensione o la possibilità del FF o REW. È naturale che qui si parla della più “intelligente” interpretazione della televisione, quella cosiddetta di qualità, documentaristica o cinematografica perché su quella d’intrattenimento non vale nemmeno la pena soffermarsi, ma il problema dello spettatore rimane il medesimo: alienare la propria fantasia a favore di una precostituita. Poco male si potrebbe ribattere, perché una pausa di distrazione è indispensabile per chiunque ed io non ho nulla da obiettare, ma quello che mi viene di constatare è che questo momento tende ad allargarsi sempre più, come se fosse il sintomo di una rassegnazione ad impugnare la propria vita e viverla in prima persona , come in un film.

Pare che la vita non consenta altri spazi di libertà se non quelli cine descritti: è più facile odiare il cattivo di turno che il vicino infame o il proprio datore di lavoro; è più facile innamorarsi della bellona o del bellone che di un’anonima anima dispersa su strade che la nostra poltrona non ci consente di percorrere; come sempre è più facile schivare i pensieri che affrontarli perché ad essi non si può aggiungere l’appagante THE END che li relega nella memoria.

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