PinkFloyd

DEVO, io devo dare vita a questa nuova rubrica, a questo spazio in Musica, cominciando dalla band che più ha influenzato la mia formazione, il mio percorso, le mie relazioni, e di certo non solo la mia vita.

Ebbene signore e signori che cercate tra le note, voi che non siete mai soddisfatti dalla ricerca, voi che la Musica è tutta da scoprire, io oggi voglio tornare alle radici, a quello che si proponeva come nuovo in un’epoca di novità e rinascita, il che è tutto dire.

Oggi io scriverò dei Pink Floyd.

 Lo faccio mentre ascolto Point me at the sky, una live session alla BBC del 1968. Abbiamo fatto un gran bel salto indietro nel tempo, son tornato a quei Floyd che forse non tutti conoscono, quelli di Syd Barrett, quelli in cui David Gilmour si affacciava al pubblico già sapendo che avrebbe preso il posto del diamante pazzo . Che anni incredibili, la creatività e la voglia di rivalsa era palpabile. La Musica fu di certo il canale di comunicazione più grande.

Non c’è bisogno che vi dica di cosa sono stati capaci i Floyd, ne come sono nati…

Io voglio portarvi nel vivo, nelle tracce degli album, tra le tastiere e gli assoli di chitarra!
Proprio nel ’68 Barrett smise di calcare i palcoscenici, nemmeno un’anno dopo l’uscita del loro primo album: The piper at the gates of dawn, un prodotto psichedelico di quella che era l’interpretazione delle cose del gruppo all’epoca, uno di quegli album che suonavano come un capolavoro al primo ascolto; d’altronde questa era una cosa che succedeva spesso quando le etichette investivano ancora tanto e per lungo tempo sulle band.

Altro esempio formidabile sono i King Crimson, ma di loro parleremo un’altra volta.

Fu un successo, la sensazione era quella di assistere a qualcosa di nuovo, che avrebbe contribuito al cambiamento.
I testi erano figli del genio ribelle di Barrett, e i brani sperimentavano sonorità complicate, il brano di apertura fu Astronomy Domine, ovvero quattro minuti di Musica che mi hanno sempre fatto pensare ad un’attesa incalzante, come se avessero voluto dire: “Ehy, stiamo arrivando! Ed è solo l’inizio!”.

Il binomio basso/batteria scandisce il ritmo di un racconto spaziale, di un viaggio che poi finisce col raccontare l’intera idea dell’album che si conclude con Bike, il brano finale, di sicuro altrettanto enigmatico. Per quanto mi riguarda l’esecuzione più interessante resta quella di interstellar Overdrive, ovvero la traccia sette, il giro di boa che ti accompagna alla comprensione del progetto.
Ok, respiriamo un’attimo, forse sono stato troppo frettoloso, ho tirato in ballo troppe cose in poche parole, ma questo è l’effetto che hanno avuto i Floyd! Era questa la loro caratteristica più grande! Erano dotati di una capacità innata, quella di travolgerti e trascinarti in scenari impensabili, e di certo si son presi tutto il tempo per farlo; questo è confermato da brani che andavano tranquillamente oltre i venti minuti!

Ora la mia voglia di trascinarvi nel 1968 è fortissima, ma credo che prenderò esempio dalle pause tipiche della band in questione, dalle attese musicate hanno saputo creare negli anni; voglio fare con voi un viaggio attraverso le loro creazioni, i live, le copertine degli album… insomma, attraverso la Musica.

Ascoltate i brani che ho cercato di raccontarvi, dedicate un’ora a voi stessi, vogliatevi bene.


To be continued… STAY WITH US.

Sheyla Bobba

Ideatrice e Direttore editoriale di SenzaBarcode. Docente per Academy SenzaBarcode, dirigo corsi anche per giornalisti, uffici stampa e comunicatori su SEO, Social e comunicazione web. Sei titoli pubblicati, collaboratrice per la trasmissione sul diritto di famiglia del martedì su Radio Radicale, mi occupo di comunicazione istituzionale. I progetti nascono e prendono forma quotidianamente quindi: My life is in progress.

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